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IL PALAZZO ORSINI
Nonostante le molteplici memorie di un passato glorioso, l’impronta caratteristica della cittadina risale al XVI secolo, periodo in cui gli Orsini iniziarono l’opera di trasformazione dell’antico castello-fortezza medievale in maestoso palazzo signorile.
A questo periodo risale anche la realizzazione del Sacro Bosco, meglio conosciuto come “Parco dei Mostri”, un originale giardino ideato e fatto realizzare da Pierfrancesco Orsini, detto Vicino.
La costruzione del Palazzo, formato da due distinti corpi di fabbrica, dominanti l’antico borgo, e con due terrazze che spaziano verso l’infinito, fu iniziata nel 1520 per volere di Giovanni Corrado Orsini, che affidò il progetto all’architetto e pittore senese Baldassarre Peruzzi. Il lavoro di scultura, ovvero di conciatura, delle pietre necessarie alla fabbricazione del Palazzo, fu affidato allo scalpellino viterbese Pier Domenico Ricciarelli.
La facciata esterna dell’ala nord del “nuovo” Palazzo Orsini, verso la vallata, conserva ancora oggi l’aspetto fortificato dell’antica rocca, caratterizzata da caditoie, feritorie da fuoco e palle di pietra murate a ricordarne l’uso difensivo.
Dopo la morte di Giovanni Corrado, avvenuta nel 1535, la direzione del Palazzo passò a suo figlio Vicino, a cui si deve l’ultimazione dell’ala nord del Palazzo, la più pregevole.
Sposatosi con Giulia Farnese nel 1544, Vicino è il vero “creatore” del Parco dei Mostri, la cui realizzazione inizia intorno agli anni 1519-21 e termina attorno al 1580. La morte della moglie (1560) coincide con l’ampliamento del Palazzo, alla cui direzione era succeduto nel frattempo Francesco Moschino attorno agli anni ’50. Suo figlio Simone, scultore e architetto che aveva già lavorato per la famiglia Farnese, subentra al padre negli anni ’70 e termina la costruzione del Palazzo nei primi anni ’80.
Nel 1645 il Palazzo venne acquisito dalla famiglia Lante della Rovere che lo detenne fino al 1836, anno in cui passò ai Borghese. Nel dopoguerra passò in mano ad altri privati, finché negli anni ’50 venne acquistato dal Comune.
Il portale bugnato che si apre sulla solenne facciata ingentilita da cornici e fregi in peperino immette in un atrio rettangolare realizzato all’epoca di Giovanni Corrado Orsini e modificato dai Lante della Rovere, dei quali compare lo stemma con tre aquile. Da qui si accede alla “Sala delle Arti”, così chiamata per gli affreschi alle pareti con le personificazioni delle Arti, commissionati nel 1886 ai pittori Filippo Finio e Jacopo Petronio dai Borghese, dei quali compare lo stemma del dragone con l’aquila, mentre la volta reca gli emblemi degli Orsini e dei Lante.
Il pavimento e il camino, al pari di quelli presenti nei vari ambienti, risalgono all’epoca dei Borghese.
Salendo la solenne scala in travertino risalente all’epoca dei Lante della Rovere, illuminata da ampie vetrate da cui filtra la luce che illumina le pitture ottocentesche e con gradini rifatti sicuramente dai Borghese, si accede al piano nobile.
Da qui, attraverso un portale con cornici seicentesche in peperino si entra nel “Salone delle Feste”, così chiamato perché nel ‘600 lo spazio era riservato, tra le altre cose, anche alla rappresentazione di spettacoli teatrali.
Il soffitto è decorato da un grandioso affresco - realizzato attorno al 1660-1661 da Lorenzo Berrettini, nipote di Pietro da Cortona, e ritoccato nell’ ‘800 - con la rappresentazione del “Trionfo della Pace sulla Guerra”: intorno al tempio di Giano hanno luogo combattimenti, saccheggi e uccisioni aizzati dalla Discordia che agita le faci, mentre su un alto podio il Merito incoronato d’alloro distribuisce corone ai vincitori, presso i quali siedono su un cumulo di trofei di guerra i prigionieri incatenati. Dalla parte opposta, in rappresentanza della Pace si trovano la Navigazione e l’Agricoltura, un vecchio saggio che dà leggi ai popoli, giovani donne che si adornano, genietti che gettano fiori e un puttino che ammansisce un fiero leone. Infine, al centro della volta, la Pace e la Giustizia da un lato e l’Abbondanza dall’altro volano in direzione di Giove, il quale, tenendo le saette tra le mani è ritratto nell’atto di cacciare Saturno sul suo carro tirato da buoi neri. Sull’architrave del tempio classico che fa da sfondo al “Sacco di Roma” compare il nome del committente, il duca Ippolito Lante della Rovere, alla cui epoca risale pure la realizzazione dell’unico camino seicentesco conservatosi solo in questa sala.
Lungo la parete principale si apre una Cappellina, decorata nel fondo con un rilievo in stucco della metà del ‘500 attribuito a Raffaello da Montelupo e raffigurante la “Carità” affiancata da due putti; gli affreschi alquanto rovinati alle pareti e l’ “Incoronazione della Vergine” sulla volta risalgono ai Lante. La zoccolatura che corre tutt’intorno al salone è invece decorata con gli stemmi dei Borghese, ormai quasi del tutto evanescenti.
Nell’adiacente “Sala dei Paesaggi”, il soffitto ligneo ribassato con le rose degli Orsini è un rifacimento dell’epoca dei Borghese, ispiratisi ai motivi decorativi cinquecenteschi conservatisi nei soffitti delle altre stanze del piano nobile. Ai Borghese risalgono pure gli affreschi delle pareti, delimitati da colonne tortili di colore verde con tralci dorati che avvolgono il fusto: nel tondo a sinistra compare la chiesa parrocchiale della vicina Chia; di fronte il borgo di Mugnano e sulla destra quello di Attigliano. Sul camino lo stemma dei Borghese.
Nel salone dell’ultimo piano, nei brani ad affresco cinquecenteschi si riconoscono gli stemmi degli Orsini e dei Vitelli (famiglia reatina con cui si erano legati gli Orsini), oltre alla scritta “Torre” che fa riferimento a Torre Orsina, altro possedimento degli Orsini oggi in provincia di Terni.
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