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VITA DEL BEATO ANSELMO VESCOVO E CONFESSORE
La nascita di sant’Anselmo, vescovo e confessore, uomo eloquentissimo, pio, benigno, e sapientemente istruito nella scrittura divina, avvenne nella città di Bomarzo.
Egli fu altresì lodevole per la santità di vita. Era talmente acceso dal desiderio della patria celeste da aspirare più ai beni immortali che alle dignità terrene.
Mentre era nel fiore della gioventù si offrì a Dio e riflettè notte e giorno come meglio poter servire Dio, ricordando le parole dell’apostolo: “servire Dio è regnare”.
I suoi genitori furono ottimi cristiani, di buoni costumi e dediti ad elargire elemosine, essendo facoltosi. Ed egli seguiva il loro buon esempio; visitava con frequenza le chiese dei santi e riteneva bene a mente quanto nelle stesse chiese ascoltava intorno alle scritture divine.
Dopo che i suoi genitori furono morti, egli richiamò spesso al pensiero le parole del Vangelo: “Vendete quanto possedete e fate elemosina”.
Accadde in quel tempo che la città di Bomarzo restò priva del suo vescovo; dopo la morte del quale, i sacerdoti che formavano il clero della stessa città si radunarono nella chiesa maggiore; ed ivi, tra digiuni e preghiere, implorarono dal Signore che, per sua clemenza, si degnasse di illuminare le loro menti affinché potessero eleggere un santo uomo, adatto ad essere vescovo, signore e pastore.
(Pergamena con l’elenco dei vescovi polimartiensi )
Dopo aver continuato la preghiera per più giorni, ed essendo infiammati ed illuminati dalla grazia dello Spirito divino, per merito dei digiuni compiuti, celebrata la messa dello Spirito Santo, si fece udir loro la seguente voce: “Eleggete per vescovo Anselmo, poiché egli ne è degno”.
Concordemente, a una voce, il clero nominò Anselmo vescovo di questa città.
Compiuta l’elezione, i Sacerdoti, cantando inni festivi, insieme al popolo di Bomarzo che gridava “Benedetto sia colui che viene in nome del Signore”, con riverenza e amorevolezza posero il beato Anselmo sulla cattedra pontificale, benché egli rifiutasse, con grande ritrosia, l’ufficio di pastore.
Salito poi sul seggio vescovile, dimostrò gravità non disgiunta dalle umili maniere che precedentemente aveva praticato; vegliava pregando, mortificava il suo corpo, schivava le occasioni di conversar con donne, era affabile nell’accogliere tutti, efficace nelle parole, esperto nell’esortare, severo nel punire.
Egli fu uomo di grande perfezione; e perciò Iddio si degnò di compiere, per mezzo di lui, molte cose mirabili.
Infatti, egli fece sì che i sordi udissero, donò la vista ai ciechi, fece camminare gli storpi, risuscitò i morti, e moltissimi furono da lui liberati dai demoni dai quali erano ossessionati.
Un giorno, mentre egli cavalcava fuori della città, accadde che incontrò una donna la quale portava a seppellire il corpicino di un figlioletto morto; e, avendo la donna rivolti gli occhi verso il servo di Dio, e mossa da amore per il figlio, gli afferrò per la briglia il cavallo e lo trattenne affermando con un giuramento: “Voi non partirete di qua assolutamente se prima non risusciterete mio figlio”.
Costretto a compiere il miracolo, il beato Anselmo provò raccapriccio per il giuramento che la donna aveva aggiunto alla invocazione, ma non volle nello stesso tempo disdegnare lei, benché non sapesse risolversi ad esaudirla; restò quindi dubbioso.
Si può ben supporre quale e quanto grande fosse il combattimento che egli provò nel suo animo: tra loro combattevano la sua umiltà e la compassione; la pietà verso la madre ed il timore che, se non avesse soccorso la misera donna, essa avrebbe potuto compiere eccessi. Ma finalmente, prevalse, a maggior gloria di Dio, la pietà verso quella povera madre in quel cuore virtuoso, che perciò si mostrò più nobile perché fu vinto. Infatti, non sarebbe stato virtuoso se non si fosse lasciato vincere dalla compassione.
Il santo scese perciò da cavallo, tracciò il segno di croce sopra il petto del fanciullo morto; alla sua preghiera, l’anima del bambino tornò nel corpo; ed egli lo prese per mano e lo restituì vivo alla madre piangente; quindi proseguì il cammino.
Un’altra volta fu condotto dal beato Anselmo un tale il quale aveva perduta la vista; costui implorò soccorso e l’ottenne, poiché quell’uomo santo, innalzata una preghiera e tracciatogli sugli occhi il segno della croce, gli rese la vista in un istante e lo liberò così dalla cecità.
Al tempo dei Goti, mentre a Bomarzo era giunto il re Totila, il vescovo Anselmo, venerando per tanta virtù, andò incontro al re; ma costui, scorgendolo, lo disprezzò; e, spinto dall’ira, comandò ai suoi che lo tormentassero quanto più aspramente potessero, pur conservandolo in vita, affinché potesse essere da lui esaminato.
I feroci Goti, ministri di quel crudele re, presero Anselmo, lo circondarono e gli comandarono di non muoversi.
Il beato Anselmo, punto da tanto dolore, gemette allora:”O Gesù Cristo, soccorrimi”.
A quelle parole, lo spirito immondo invase gli sgherri, i quali, stramazzando a terra, furono tanto straziati da quelli finchè ne morirono.
Ciò essendo stato riferito al barbaro re, egli si piegò a ricevere onorevolmente così grande uomo, nonostante la sua fierezza.
Un giorno, un soldato invitò il beato Anselmo a recarsi nella sua casa per pregare per sua moglie, che si chiamava Giovanna, la quale giaceva paralitica da cinque anni. E poiché il santo ebbe pregato, quella donna guarì.
Una giovane, figlia di un militare di Bomarzo, restò incinta ed ebbe un bambino; quindi calunniò un diacono, come se questi l’avesse indotta a compiere il male. I genitori della giovane, avrebbero voluto uccidere il diacono; ma si recarono dal beato Anselmo ed essendo domandato loro quando era nato il bambino, risposero:”Stamane, alla prima ora del giorno”. Il beato Anselmo comandò allora ad essi di portargli il bambino ed avutolo davanti a sé lo interrogò così:”Dimmi, o bambino, in nome di Gesù Cristo, se questo diacono è veramente reo”. Ed il bambino rispose:”Questo diacono è santo e puro, né si è mai macchiato di tali delitti”.
Un altro giorno, mentre il beato Anselmo era intento a pregare, una grossa serpe gli si rizzò davanti, dai piedi all’altezza del petto; ma egli non interruppe la preghiera; ed avendo poi terminato, disse alla serpe:”Lo so che fin da quando tu fosti prima creata, hai sempre nociuto agli uomini, quanto più hai potuto. Ma ora, se ti è concesso qualche potere su di me, fa pure ciò che ho meritato”.
Appena il santo ebbe pronunciate tali parole, la serpe stramazzò ai suoi piedi.
Una notte poi, mentre egli pregava, fu, per opera del diavolo, tormentato da cocentissima sete; e si fece portare acqua fresca. Ma, avendo capito che il demonio lo aveva ingannato, sovrappose un guanciale al vaso entro cui racchiuse il demonio; il quale poi, per la notte intiera, compì forte schiamazzo. Ed il mattino, quegli il quale era andato per sedurre, se ne andò svergognato.
Un’altra notte, essendo egli andato, secondo la sua consuetudine, a compiere una visita nella chiesa della città, udì i suoi chierici che contendevano insieme. Egli, entrando nella chiesa, pregò per essi; ed in essi si spense allora ogni ardore di passione; e, venutigli avanti, gli domandarono perdono.
Allorché giunse l’ora della morte, il santo fece chiamare a sé tutti i chierici della città di Bomarzo; e, dopo averli consolati con affetto paterno, li esortò nell’amore di Dio rivolgendo loro affettuosa e dolce ammonizione. Quindi, pregando insieme ai chierici, spirò tranquillamente.
Gli angioli condussero la sua santa anima fino alla gloriosa reggia del Re supremo, con lodi e giulivi canti, in modo che quanti erano presenti li udirono.
Il clero ed il popolo poi trasportarono con devozione e riverenza grande, il corpo suo santo, imbalsamato con aromi, cantando salmi e lodi, nella chiesa dedicata alla beata Madre di Dio; ed ivi lo seppellirono.
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