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PARCO DEI MOSTRI
Il Sacro Bosco oggi meglio conosciuto come Parco dei Mostri è un’opera unica nel suo genere, realizzata da Vicino Orsini, fine erudito facente parte della stretta cerchia dei poeti e letterati di Venezia e Roma, valente condottiero, appassionato di esoterismo, dalla cui fervida immaginazione scaturì l’idea di questa “Villa delle Meraviglie” .
Una congerie di gigantesche e inquietanti figure in pietra, in origine colorate, sono disposte tra la vegetazione sulle terrazze digradanti di un incantevole anfiteatro naturale. Ignoti sono sia l’autore sia i significati della maggior parte delle perturbanti e bizzarre sculture che popolano questo luogo, alla realizzazione delle quali contribuì l’architetto napoletano Pirro Logorio. Secondo alcuni frutto dello stato d’animo contrastato dell’ideatore, i “mostri” sono comunque esplicativi di una cultura maturata all’interno di quel gusto dell’orrido, del magico e dell’esoterico in voga a Roma nella seconda metà del XVI secolo.
Varcato l’ingresso, girando a sinistra e percorrendo il viale si incontra la bocca spalancata di un mostro marino - secondo alcuni una maschera azteca - che sostiene un globo sormontato da un castello, simbolo evidente della potenza della famiglia Orsini.
Tornando indietro e salendo le scale sulla sinistra si giunge in cima al colle, dove Vicino Orsini volle erigere un tempietto innestato su un corpo ottagonale coperto a cupola in omaggio a Giulia Farnese, la giovane moglie prematuramente scomparsa nel 1560.
Nel piazzale sottostante si incontrano Cerbero, il cane mostruoso a tre teste custode dell’Ade, e Proserpina che accoglie i suoi figli nel suo largo ventre. in fondo al piazzale, delimitato da pigne e ghiande, due Orsi, simbolo degli Orsini, sostengono lo scudo con l’arme della famiglia, mentre alle loro spalle, due leoni accovacciati sono affiancati da due sirene, una bicaudata e l’altra con ali di pipistrello, ispirate alle divinità infernali etrusche.
Poco più sotto, oltre a un sedile e un vaso etruschi si ammira quella che è senza dubbio la scultura più rappresentativa del parco: la gigantesca bocca spalancata di un Orco che riecheggiando l’Inferno dantesco oggi reca sul labbro la scritta “Ogni pensiero vola”, mentre l’incisione originale recitava: “Lasciate ogni pensiero voi che entrare”. E poi un elefante da combattimento che sostiene con la proboscide un soldato ferito, un drago assalito da un leone e da un veltro, Nettuno-Tevere con un piccolo delfino sotto il palmo della mano destra e, poco oltre, la Ninfa dormiente protetta dal suo fido cagnolino.
Non si può poi non rimanere stupiti osservando da fuori ma soprattutto entrando all’interno della Casa Pendente, un piccolo padiglione singolarmente costruito in modo fortemente obliquo, probabilmente a simboleggiare “la Chiesa che al tempo di Vicino Orsini barcollava per il dilagare della Riforma protestante, come si evince dalla dedica all’amico cardinale Cristoforo Madruzzo, principe tridentino”.
Proseguendo si incontrano un piccolo teatro classico e una Venere dall’aspetto alquanto rude, il ninfeo con le tre Grazie e con le Muse e poco oltre il mitico cavallo alato Pegaso e la bocca di una balena, seminascosta dalla vegetazione, spalancata verso una tartaruga sormontata da una Vittoria alata.
Salite le scale si intravede di spalle un gruppo scultoreo: si tratta di due giganti in lotta, secondo alcuni Ercole e Caco ma più probabilmente, la personificazione del bene che con gesto implacabile, ma con espressione serena, riesce ad atterrare il male.
E qui si conclude l’itinerario simbolico voluto da Vicino Orsini, talmente fiero delle sue creazioni da scrivere: “Se Rodi altier già fu del suo Colosso pur di questo il mio bosco anco si gloria e per più non poter fo quanto posso”.
Dopo qualche secolo la “memoria” del Sacro Bosco si perse a causa della fitta vegetazione che nascose le tracce dei “Mostri” di Bomarzo. Fu lo studioso Domenico Gnoli, nel 1913, a “riscoprire” le meraviglie del posto, seguito, dopo quarant’anni, da artisti e letterati attratti dal Sacro Bosco di Vicino Orsini: il pittore catalano surrealista Salvador Dalì lo definì “un’invenzione estetica unica” mentre lo scrittore argentino Manuel Muijca Laìnez pubblicò nel 1962 il romanzo “Bomarzo” da cui fu tratta l’opera lirica omonima del compositore argentino Alberto Ginastera.
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